Io che ho avuto solo te
di Silvia Sanchini*
“C’è gente che ha avuto mille cose
Tutto il bene e tutto il male del mondo
Io ho avuto solo te”.
Sergio Endrigo, Io che amo solo te
So che questo incipit del brano di Sergio Endrigo è, in modo evidente, una dichiarazione d’amore di un uomo alla persona che ama. Eppure, ogni volta che l’ascolto, il mio pensiero corre agli anni della Fuci.
Quel tempo a Rimini – la mia prima scuola di amicizia e ricerca – e poi a Roma, come presidente nazionale femminile.
Quel tempo ricevuto in dono.
Io non avevo una famiglia alle spalle impegnata o con una storia di associazionismo cattolico.
Studiavo a Bologna, tra i portici di via Zamboni e piazza Verdi. Facevo mille peripezie e lavoretti per non chiedere soldi ai miei genitori.
Non avevo la preparazione dei fucini e delle fucine che mi avevano preceduto, né di tanti miei coetanei. Più preparati, risolti e diligenti nello studio.
Eppure, per una serie di circostanze, ero lì.
E per la prima volta, forse, mi sentivo vista, amata, capace.
Eravamo giovani controcorrente in un’epoca in cui si aprivano già le porte al disincanto e alla diserzione. In cui le forme di partecipazione tradizionale vacillavano.
Ci prendevamo anche troppo sul serio, sicuramente.

Ma eravamo realmente protagoniste e protagonisti: a 20 anni o poco più gestivamo bilanci, sedevamo nei Consigli di amministrazione, assumevamo rappresentanze legali e responsabilità che solo l’incoscienza di quegli anni poteva farci scegliere.
Abbiamo avuto il privilegio di avere a fianco un assistente nazionale, don Armando Matteo, che non ha mai avuto un atteggiamento paternalista con noi.
Attingeva dalla nostra esperienza, ci faceva leggere in anteprima i suoi scritti, ci dava spazio e ci incoraggiava.
È nato così, in maniera circolare e condivisa, “La prima generazione incredula” (Rubbettino): un libro che ha aperto uno squarcio fondamentale nella riflessione ecclesiale sui giovani.
O la piccola collana “Spiritualità dello studio”, che per qualche anno don Armando ha curato con entusiasmo.
Ho scoperto il valore di lavorare insieme ai miei compagni e compagne di presidenza, persone da cui mi sono sempre sentita incoraggiata e sostenuta.
Ricordo una delle infinite riunioni fiume – quella volta ci trovavamo a Camaldoli – in cui proposi per la prima volta l’idea che mi era balenata di una “Settimana dell’Università”. Mi guardarono un po’straniti, ma poi conclusero: “Non abbiamo ancora capito bene cosa intendi, ma per noi va bene. Proviamoci”.
Grazie a Tiziano, Emanuele, Umberto, Federica, Andrea, Marco, Luca, Matteo per essere stati sempre dalla mia parte.

Io mi ripetevo ogni giorno le parole di Paolo Giuntella. Ero da poco in presidenza nazionale e avevo avuto l’onore di partecipare al suo funerale. Quella frase “I privilegi ricevuti vanno risarciti” era appesa sulle pareti della mia stanzetta, la numero 26, ma soprattutto impressa in me con inchiostro indelebile (prima o poi mi farò davvero un tatuaggio!).
Sapevo di non avere particolari capacità, di essere fuori dagli schemi e forse non all’altezza del mio ruolo. Cercavo allora in ogni modo di onorare quel compito e risarcire quel privilegio impegnandomi a fondo, studiando e leggendo, girando l’Italia da Milano a Ragusa come una trottola per incontrare tutti e tutte, senza mai o quasi dire no a nessuno.
Ovunque ho ricevuto un abbraccio, una carezza, un letto pronto, una bevanda calda sul comodino.
La Fuci, come istituzione, era già molto fragile e traballante.
Ho appreso, in quegli anni, che anche i progetti più belli possono non decollare, le nostre idee non essere sufficienti, che non tutto nella Chiesa e nelle associazioni è buono.

Ci sono un’infinità di aneddoti che potremmo raccontare (e chissà, magari un giorno lo faremo): l’incontro con il Papa e il presidente della Repubblica, il Sinodo dei Vescovi, il dramma del terremoto a L’Aquila, il viaggio in Terra Santa a Capodanno, le ore in sede a spedire buste e apporre firme, le serate in “pensionato” a condividere camomille e pane e nutella anche con gli amici e le amiche dell’Azione Cattolica, la gioia degli incontri nel Consiglio Centrale o alle Settimane Teologiche. I libri che ci scambiavamo: da Carlo Carretto a Simone Weil, da Erri de Luca a Etty Hillesum, fino ai testi di più stretta attualità.
Quella volta in cui ho dovuto togliere il microfono all’allora presidente del Senato Franco Marini, o non rivelare il risultato di una partita di calcio a Gian Carlo Caselli.
Poi c’erano i luoghi.
Quei pini marittimi alla Domus Mariae sono stati testimoni della mia educazione sentimentale, co-protagonisti del mio romanzo di formazione.
Proprio lì ho appreso così alcune tra le lezioni più importanti della mia vita: un metodo di confronto e ricerca, la spiritualità e carità dello studio, il vivere insieme.
I tragitti sulla Gregorio VII a bordo dell’881 o del 98 per raggiungere via della Conciliazione.
La pasticceria Tornatora, refugium peccatorum nei nostri momenti di debolezza.
E poi la pizza di Joseph, il gelato a Boccea, la piccola sala del cinema Alahambra. Le lunghe passeggiate a riempirci i polmoni o a far finta di studiare al Parco di Villa Doria Pamphili.
E quella “casa rosa” della CEl che frequentavamo (e spesso temevamo).
Amo tanto Roma perché è stato il luogo in cui intrecciare storie nuove, arricchire la mappa dei miei luoghi, ampliare le coordinate del mio cuore.
Ma c’è stato anche un dopo. È una fase di cui si parla poco nell’esperienza della Fuci, e di cui forse non sappiamo farci carico sufficientemente.
Un dopo in cui tutto è difficile: tornare a casa, reinserirsi in una realtà ecclesiale, trovare un nuovo ruolo e un nuovo spazio, mantenere quelle reti di amicizia che pian piano diventano più fragili o si frantumano perché non sempre sappiamo restare uniti.
Trovare un equilibrio tra il far sentire la propria presenza senza essere invadenti.
Io, personalmente, nel dopo-Fuci difficilmente ho fatto scelte azzeccate ed è stato tutto spesso molto doloroso e difficile, come se la magia di quegli anni si fosse spezzata. Forse avevo già ricevuto troppo.
O forse, come canta Endrigo, mi sono “persa tra le strade del mondo”.
Per questo ancora oggi alla Fuci non so dire di no, e continuo a difenderla e custodirla come si fa con il primo grande amore.
*Silvia Sanchini è stata prima presidente del gruppo Fuci di Rimini e poi presidente nazionale femminile dal 2007 al 2009. Ha partecipato come più giovane uditrice al Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio. Oggi è educatrice professionale e pedagogista e si occupa inoltre di comunicazione sociale.
