Luigi Bettazzi
La FUCI per Bettazzi è stata, per sua stessa ammissione, una scuola di laicità. La seconda, per essere precisi, dopo la filosofia (sia studiata che insegnata) e prima della working class, ovvero del cammino condiviso con i lavoratori, operai soprattutto, come vescovo di Ivrea (Torino), in una terra, il Canavese, la Silicon Valley italiana, che in seguito al rapido sgretolamento del mondo Olivetti stava cessando d’essere felice laboratorio di futuro. Monsignor Luigi Bettazzi (1923-2023) è sempre stato molto legato al suo incarico di assistente della Fuci. «Nel 1950, lasciata Roma, al mio ritorno a Bologna mi ritrovai immerso nel mondo giovanile, innanzitutto in quello del seminario regionale (dove fu subito mandato come docente, ndr.)», ricorda in un libro-intervista (Sergio Bocchini, Un vescovo mancino, EDB, 2016). «Dopo due anni, nel 1952, il nuovo arcivescovo, monsignor Giacomo Lercaro (1891-1976, destinato a diventare punto di riferimento importante per tutto il cattolicesimo italiano, ma non solo, ndr.) mi volle affidare l’assistenza della Fuci, la Federazione universitari cattolici italiani». Bettazzi riporta un simpatico scambio di battute, al riguardo. «Gli avevo detto: “Ho già molto da fare”. E lui mi rispose: “Gliel’ho affidata per quello, se non avesse già molto da fare non mi sarei fidato”. L’incarico si allargò poi ancora di più divenendo io aiuto-assistente nazionale degli universitari, cosa che mi portò a girare un po’ per tutta Italia». L’arcivescovo Lercaro, creato cardinale da Pio XII nel 1953, aveva messo a disposizione alcune stanze del suo palazzo per ospitare il circolo femminile e la nuova presidenza diocesana, mentre il circolo maschile restava al collegio San Luigi tenuto dai padri Barnabiti che il venerdì celebravano una Messa alla quale partecipavano in realtà tutti. La Messa della domenica era invece celebrata, anche per i laureati cattolici, nel coro della Basilica di San Petronio. Dopo un anno, i Barnabiti si resero conto dell’opportunità di un’unica sede. Anche il circolo maschile si spostò nei locali offerti dall’arcivescovo. «Io trasferii allora la Messa del venerdì in una chiesa contigua alla sede centrale dell’Università di Bologna, col consenso del vecchio parroco, cui garbava che, ogni mattina, dopo aver celebrato di buon mattino in Cattedrale, prima di rientrare in seminario per le lezioni passassi un’ora nella sua chiesa per confessare i giovani. Nel 1961 l’arcivescovo volle che divenissi l’assistente ecclesiastico di tutta l’Azione Cattolica diocesana di Bologna e mi lasciò carta bianca per la scelta dei collaboratori. I contatti avuti mi permisero di scegliere oculatamente anche persone al di fuori del giro». Questi ricordi, dettagliati, dettagliatissimi, testimoniano quanto quelli in Fuci e in Azione Cattolica furono anni importanti per la formazione di Luigi Bettazzi.
«Mi hanno permesso di conoscere molte persone e di interessarmi ai temi che mi sono stati sempre a cuore: i giovani, la giustizia, il messaggio sociale della Chiesa Cattolica, il dialogo con ogni essere umano di buona volontà. E, in quanto “assistente”, mi trovai veramente ad “assistere”», cioè a confermare, spiega ancora Bettazzi, quanto suggerito dalle credenti laiche e dai credenti laici con cui lavorava. Un esempio? «Uscendo in qualche modo dagli schemi nazionali, sentiti i più stretti collaboratori dell’arcivescovo decidemmo che avremmo avviato una missione triennale con la successione dei temi su cui poggiava la pastorale del cardinale Lercaro: Bibbia, Eucarestia, carità. Forse scoprii quello che poi il Concilio indicherà come il compito della gerarchia, come già ammoniva Pietro nella sua Prima lettera (1 Pt 5,3): agire “non come padroni delle persone a voi affidate”, ma con l’impegno di dire l’ultima parola, come conclusione di garanzia delle molte parole che lo Spirito aveva suscitato all’interno del popolo di Dio». Scuola di laicità, appunto. E occasione di tessere rapporti umani e spirituali duraturi. Monsignor Clemente Riva (1922-99) e monsignor Alberto Ablondi (1924-2010), i due vescovi (il primo ausiliare di Roma, il secondo vescovo di Livorno) insieme ai quali s’era detto pronto a offrirsi in ostaggio alle Brigate Rosse nel maggio 1978 in cambio di Aldo Moro, erano stati entrambi assistenti della Fuci negli anni Cinquanta. Proprio come lui. Nell’esperienza maturata alla vigilia del Vaticano II dentro la Fuci e l’Azione Cattolica si celano alcune tra le principali sorgenti che alimentarono il Luigi Bettazzi firmatario del Patto delle Catacombe (16 novembre 1965), dunque paladino della Chiesa povera per i poveri, il Luigi Bettazzi profeta di pace, il Luigi Bettazzi paziente tessitore di dialogo ecumenico e interreligioso, in costante e rispettoso confronto con storie, culture e fedi anche molto lontane dalla sua.
Alberto Chiara
Bibliografia
A. Chiara, Luigi Bettazzi. Un vescovo alla sinistra di Dio, Edizioni San Paolo 2024.


