Tre riformatori. Lutero, Cartesio, Rousseau
J. Maritain, Tre riformatori. Lutero, Cartesio, Rousseau, tr. G.B. Montini, Morcelliana, Brescia 1928.
Quando la casa editrice Morcelliana pubblica la versione italiana del saggio di Jacques Maritain, Tre riformatori. Lutero, Cartesio, Rousseau, il traduttore, Giovanni Battista Montini, è assistente della F.U.C.I. da appena tre anni. Era stato nominato a questa carica in una fase delicatissima per la vita della federazione degli universitari cattolici, oggetto delle attenzioni di Pio XI nel quadro di un più articolato riordino dell’Azione Cattolica e dell’organizzazione di massa del laicato italiano. Si trattava di un orientamento che emergeva dentro la cornice di un paese che entrava nella fase della costruzione della dittatura e in cui la Chiesa cercava di arrivare al superamento della questione romana e alla normalizzazione dei rapporti con lo stato unitario. Nel gennaio 1928 Montini licenzia la sua traduzione di questo volume che il filosofo francese aveva pubblicato nel 1926 e che in qualche modo rappresenta una delle modalità con le quali l’assistente della F.U.C.I. intendeva offrire ai giovani della sua associazione un indirizzo culturale ben preciso e chiaro.
In un certo senso il testo di Maritain si prestava allo sforzo, chiesto a Montini dallo stesso Pio XI, di orientare gli universitari cattolici verso un cattolicesimo non più limitato alla dimensione della devozione e soprattutto verso un ruolo di élite nel quadro della più complessiva strutturazione del laicato cattolico. Ai cattolici venivano chieste una compiuta obbedienza alle gerarchie e al papa e l’assunzione di un orientamento culturale di matrice neo-medievale e antimoderno, in linea con quello che in quegli anni era incarnato del neotomismo italiano che ruotava attorno a padre Gemelli e a pubblicazioni periodiche come Vita e Pensiero e Rivista di filosofia neoscolastica.
Tre riformatori appare ad un primo sguardo come compiutamente inserito in questa linea. Pubblicato in Francia nel 1926, lo studio metteva al centro dell’attenzione Lutero, Cartesio e Rousseau individuati come i padri della modernità sul piano della riflessione religiosa e filosofica. Più in dettaglio, a compimento di una fase della propria riflessione teorica e storica di chiara matrice antimoderna, Maritain rifondeva in questo testo la convinzione che i sistemi di pensiero di ciascuno di questi personaggi fosse all’origine di una frattura interna alla civiltà cristiana. Se Lutero aveva fissato la cesura fra natura e grazia, Cartesio era all’origine del dualismo fra fede e ragione, mentre a Rousseau era da ricondurre la separazione fra natura e ragione. Leggendo la vicenda del pensiero teologico e filosofico nei secoli della modernità sotto questa luce, il filosofo francese insisteva sui limiti profondi di un modo di concepire l’uomo e il mondo, opponendo ad esso l’unità metafisica sostenuta dalla prospettiva tomista e dalla filosofia cristiana di cui si vedeva in Tommaso d’Aquino il campione. Così, ad esempio, Maritain sottolineava i limiti di una teorizzazione della libertà, soprattutto nei sistemi di pensiero di Lutero e Rousseau, che era però semplice assenza di costrizione e non libero arbitrio. Mancava cioè, nella matrice del pensiero filosofico moderno, l’elemento costitutivo della natura dell’essere umano che lo rende capace di darsi una legge e agire in ragione della distinzione fra ciò che si può o non si può fare.
Rispetto al carattere marcatamente antimoderno del testo di Maritain, Montini tende a mettere in evidenza un valore ulteriore dell’indagine del filosofo francese. Questa infatti, a giudizio dell’assistente della F.U.C.I., contribuisce a mettere in luce la fragilità del “soggettivismo contemporaneo” e soprattutto il carattere problematico delle “rivoluzioni” che, in campo religioso, filosofico e politico, originano dai tre pensatori al centro della riflessione maritainiana. Montini osserva nella prefazione anteposta alla traduzione: «Perciò se la sapienza di queste limpide pagine potesse convincere qualche giovane che s’ha da esser cauti a parlar di riforme, cioè ad inventare sistemi nuovi e mai prima scoperti, e a procedere nel pensiero e nella vita con la spavalda e avventurosa libertà degli egoisti e dei rivoluzionari, credo che sarebbe raggiunto scopo sufficiente e opportuno anche per i nostri tempi e per il nostro paese». Il valore della riflessione di Maritain, più che in una critica radicale ai fondamenti dell’intera modernità viene colto con riferimento alle forme che il pensiero moderno ha assunto come paradigmi. Soprattutto, Montini pone uno sguardo critico su quelle “rivoluzioni” che hanno voluto rompere con l’antica tradizione precedente, inclusa quella cristiana, per creare però a loro volta una tradizione di pensiero. Questo modo di presentare la riflessione maritainiana all’élite culturale dei cattolici italiani acquista tutta la sua importanza se si pensa al modo in cui, in quegli anni, l’idealismo di matrice crociana e soprattutto gentiliana aveva assunto un ruolo di primo piano nella vita culturale italiana. Un quadro, quest’ultimo, nel quale lo stesso Fascismo veniva presentato nei termini di una rivoluzione, frutto culturalmente, politicamente e spiritualmente più maturo della modernità. La scelta di tradurre Tre riformatori viene giustificata da Montini non tanto come un passaggio testo a orientare in senso medievalista e neotomista i giovani universitari cattolici, ma piuttosto come proposta di sguardo critico e attento su un modo di declinare la modernità nei termini di una rivoluzione che giustifica il presente.
In un certo senso, dunque, la traduzione del volume del filosofo francese segna un tassello essenziale nella strategia culturale dell’assistente della F.U.C.I., tesa a declinare una cultura radicata nella storia. Ne fa fede un altro passaggio della citata prefazione, in cui Montini nota, con riferimento al testo maritainiano, che: «il libro quindi, mentre usa del metodo storico vantato come perfetta maturità e indipendenza del pensatore contemporaneo, cerca in fondo … di mostrare che la triplice riforma … non abbia fatto altro che inaugurare un’altra tradizione». Più che la filosofia neotomista, è qui il senso critico che viene dalla storia a essere indicato come lo strumento per uno sguardo consapevole e critico sulle vicende del proprio tempo. Ed è questo, in fondo, il cuore della proposta culturale del Montini assistente della F.U.C.I., che cerca di dare ai fucini gli strumenti intellettuali e spirituali per una visione diversa nel tempo in cui vanno in crisi i fondamenti della cultura europea..
A cura di Riccardo Saccenti
