Lia Fava Guzzetta
Condividere brevemente ricordi di vite che, in un contesto non dissimile, si sono conosciute e frequentate per sessant’anni significa, credo, rimandare a quei momenti che possono in qualche modo alludere ai loro tratti distintivi e, nei casi più felici, forse, perfino alla loro valenza. E, questo, solo se c’è anche la collaborazione e la creatività del lettore.
Quando penso a Lia Fava Guzzetta, le prime cose che mi vengono alla mente sono il suo sorriso, franco, aperto, accogliente, e la sua voce, suasivamente roca. Subito dopo, mi vengono alla mente i suoi arguti e comici calembour, con cui riusciva a sdrammatizzare momenti e argomenti, con cui era capace di avvicinare emotivamente l’interlocutore anche più agguerrito, creando con lui un implicito, sottile, ma formidabile consenso. Al suo orecchio fine (come il marito medico, Lia era anche pianista) non sfuggivano le ambiguità con cui il nostro mezzo di comunicazione principale, la lingua, costantemente ci confronta e ci irride. E, infine, mi vengono alla mente le nostre interminabili polemiche, che finivano (quasi) sempre con un accordo di fondo. Più innovativamente conservatrice lei, più spericolatamente innovativa io, ci tenevano saldamente insieme l’affetto e la stima reciproci.
Il fatto è che Lia era polemica, su tutto, in quanto costantemente vogliosa di andare a fondo degli argomenti, di capirne tuti i risvolti, di sondarne tutte le possibilità. Non lasciava nulla nell’ombra o nell’inesplorato. Da italianista contemporaneista preparata e profonda (docente, prima, all’Università di Messina e, poi, alla Lumsa) ha affrontato nei suoi scritti molti dei grandi autori del secolo scorso: da Gianna Manzini (il suo primo libro) a Svevo, a Ungaretti, ai suoi grandemente amati “siciliani”: da Verga a Pirandello, per esempio.
Nell’anno 1961-1962, alla FUCI centrale, abbiamo lavorato insieme per Pax Romana. Tra la fine del percorso universitario e la partenza per gli Stati Uniti, infatti, io trascorsi quell’anno a Roma con una borsa di studio intitolata a Mons. Emilio Guano. Poiché ero stata Presidente del circolo FUCI della mia città e conoscevo l’inglese e il francese, con lei partecipai alla preparazione e alla definizione delle tematiche proposte da Pax Romana e discusse in Italia e all’estero. Fu un anno indimenticabile, anche per le nostre singolari avventure. Come non ricordare, per esempio, tra le tante, quella che vivemmo insieme nell’autunno del 1961 prima di un incontro internazionale vicino a Losanna, quando, dopo aver viaggiato una notte in treno (rigorosamente di seconda classe), prendemmo la corriera che ci doveva portare al luogo del Convegno con esuli ungheresi, sfuggiti ai carri armati russi cinque anni prima? Il fatto è che questa corriera faceva una sosta di rigorosamente cinque minuti a metà strada. Lasciandovi le valigie, come gli altri, Lia ed io scendemmo dal mezzo. Ma Lia vide, ad una certa distanza, un ambulante che vendeva una bella e invitante uva e decise che, assonnate ed affamate, dovevamo comprarla. Per varie ragioni, l’acquisto prese più tempo del previsto e la nostra corriera partì senza di noi. Sgomente, abbordammo un tassinaro, a cui, memore di tanti film di gangster americani, ordinai: “Insegua quell’autobus e, raggiuntolo, ci si pianti davanti”. Nonostante lo stupore e l’iniziale, più che comprensibile, riottosità, il conducente fece esattamente così. Non saprò mai adeguatamente descrivere il volto dell’autista e di tutti gli altri passeggeri quando riuscimmo a risalire sul nostro originario mezzo di trasporto. Avendo raccontato l’accaduto al nostro Assistente di riferimento, Mons. Agostino Ferrari-Toniolo, questi si limitò, tra il rassegnato e il divertito, a dire: “Solo due fucine potevano fare una cosa così, in Svizzera!”. Negli anni, abbiamo sovente ricordato, tra le risate, questo piccolo aneddoto che ci caratterizzava: da un lato, Lia era sempre attenta ai particolari del quotidiano e delle sue promesse, dall’altro io (piemontese) ero intenta a portare a compimento ciò che si era programmato.
Chi ci ha conosciuto può ben immaginare le diatribe che i vari temi scatenavano in noi due e in Don Agostino (come familiarmente lo chiamavamo tutti noi): una triade di spezzettatori del capello in quattro, che, anche durante i nostri viaggi (in treno) per partecipare ai convegni della nostra organizzazione internazionale, sorprendevamo e sconcertavamo, spesso, i passeggeri che ci stavano intorno. Don Agostino, mentre continuava a coordinare i lavori delle “Settimane Sociali dei Cattolici d’Italia” – ideate dal nonno, Giuseppe Toniolo – era molto presente in FUCI Centrale. Apparentemente, di carattere scontroso e, dall’alto della sua cultura, altezzoso, era, di fatto, di una apertura mentale e di una bontà sostanziale … commoventi! Per molti versi, fu, per Lia e per me, il nostro punto di riferimento intellettuale e religioso, rimanendolo anche dopo che la nostra esperienza fucina finì.
Di Lia va sottolineato l’appassionato impegno civile: sorella del fucino politico e giornalista Nuccio Fava, che è stato Direttore del TG1 e del TG3, ha ricoperto anche la carica di Assessore alla cultura del Comune di Messina (quando il fucino Franco Provvidenti ne era il Sindaco). E molto profonde sono state la sua fede religiosa (ha scritto toccanti preghiere), la sua serietà etica e intellettuale e la sua capacità di rendere tutto più facile e similmente attuabile da ognuno, grazie alla sua coinvolgente e tenera ironia.
Cristina Giorcelli, docente emerita di Letteratura Americana all’Università di Roma Tre
Aggiungiamo a questo ricordo, un breve video della prof.ssa Lia Fava Guzzetta pubblicato nel 2017 nella pagina facebook del gruppo Fuci di Messina. «La Fuci – spiegava – ha rappresentato per me una preziosa dimensione di ricerca di profonda consapevolezza della realtà che ci circonda».
