Giovanni Benzoni

Giovanni Benzoni

Giovanni Benzoni

Giovanni Benzoni (1945-2024), veneziano, è stato presidente della FUCI di Venezia e poi della FUCI nazionale: presidenza che ha retto insieme a Mirella Gallinaro, che in seguito sarà sua moglie, negli anni 1967-1970. Nella conduzione della FUCI ha dato attuazione al disimpegno della Federazione dal collateralismo con la DC, già deciso prima del suo arrivo alla presidenza e ne ha guidato il radicamento nell’impegno ecclesiale secondo le indicazioni della “scelta religiosa” attuata in quella stagione dall’Azione Cattolica sotto la presidenza di Vittorio Bachelet. Giovanni ha lasciato una buona memoria di operosità culturale, sociale ed ecclesiale, molto oltre gli ambienti veneziani.
Ho fatto parte del suo gruppo di presidenza nazionale della FUCI e sono poi restato a suo stretto contatto nei decenni prendendo parte a diverse tra le tante iniziative associative ed editoriali delle quali si è fatto promotore. Abbozzerò innanzitutto un prospetto degli impegni che ha svolto a margine della sua attività di insegnante di italiano e storia nelle scuole medie superiori e di dirigente della CGIL Scuola; fornirò poi un profilo più approfondito della sua figura di credente, essendosi sempre posto, in ognuna delle sue attività, come un cristiano operoso e lieto della fede.
Ascoltando il celebrante don Giovanni Trabucco e quanti andavano al microfono durante la messa di addio per Giovanni, sabato 1° giugno 2024, nella chiesa di San Felice a Venezia, mi è apparso chiaro che ben pochi della nostra generazione fucina avevano dato un’attestazione di fede altrettanto viva e vitale. Un’attestazione che era venuta crescendo nelle tribolazioni che Giovanni aveva dovuto affrontare.
Ci conoscemmo ventenni. Ero al pensionato romano della FUCI “Igino Righetti” e lui era presidente della Federazione. Non riuscendo a pagare la retta del pensionato con l’attività di free lance che andavo sperimentando, mi chiamò a lavorare a Ricerca, la rivista della Federazione. Dopo Ricerca bazzicai Settegiorni e poco dopo, grazie alla passerella fornitami dal Regno, approdai ai quotidiani: prima alla Repubblica, fin dalla sua fondazione nel 1976; e poi al Corriere della Sera, a partire dal 1981. A Giovanni devo dunque qualcosa nel gioco della vita.
Siamo stati compagni di camera in casa FUCI e la nostra amicizia è cresciuta nei decenni. Conosco lo slancio con cui russava. Mi ha chiamato decine di volte a tenere conferenze a Venezia e a Mestre, come anche ai convegni “Amici di don Benedetto Calati” (dal 1992 al 2000) e “Oggi la Parola” (dal 2002 al 2022) che organizzava a Camaldoli lungo gli ultimi tre decenni della sua vita. Insieme abbiamo realizzato un volume in memoria di don Mario Albertini, che fu nostro assistente in FUCI (Mario Albertini, Ho messo dell’amore in tutto questo, a cura di Luigi Accattoli e Giovanni Benzoni, Edizioni Studium, Roma 2014).
Quando lasciai Roma e la FUCI per andare militare mi accompagnò al treno e fece una gran corsa lungo il binario per prolungare il suo festoso saluto. Così mi piace ricordarlo. Dopo la sua morte ho riletto in sequenza quanti più potevo dei suoi tanti testi già incontrati nei decenni sulle riviste Esodo, Servitium, il Tetto e ho trovato luminosamente confermata l’intuizione che mi era balenata – come dicevo – alla messa di addio, ascoltando il celebrante che lo segnalava come “uomo delle opere di misericordia corporale e spirituale, uomo di Chiesa, persona spirituale”.     
Il bello di Giovanni era che questa sua caratura cristiana non metteva minimamente in ombra la sua gioia di vivere, il suo scatenamento nella vita pubblica, la sua baldanza in cucina e a tavola, la sua attivazione di cento avventure amicali e sociali, che avvia già da giovanissimo e che lo terranno occupato fino agli ultimi mesi di vita.
Nato a Belluno il 4 aprile 1945, diventa veneziano per trasferimento della famiglia all’età di dieci anni e a Venezia resta per tutta la vita, se si eccettua il periodo dei quattro anni passati a Roma per la FUCI. Già in seconda media si fa promotore di un giornalino scolastico che denomina “Il Gallo”.  In seconda liceo lancia la “Salus et Caritas”, un’iniziativa per portare al Lido – in estate – bambini di famiglie povere. 
Giovanni è stato un operoso attivista della pace. In collaborazione con la “Fondazione Venezia per la ricerca sulla pace” ha fondato il Salone dell’editoria della pace, dirigendone le nove edizioni che si sono tenute dal 2001 al 2009 e curando altrettanti numeri dell’Annuario geopolitico della pace. Racconta chi l’ebbe compagno di liceo che già nel 1961, profilandosi l’inasprimento del conflitto Est-Ovest che porterà l’anno seguente alla cristi di Cuba, Giovanni aveva coinvolto i compagni nell’iniziativa di inviare un appello di pace a Kennedy e a Cruschev.
Dopo gli anni della FUCI, il debutto di Giovanni nella vita pubblica veneziana e nazionale avviene nel 1973 con l’attiva partecipazione al movimento dei “Cattolici del no”, contrario all’abrogazione della legge sul divorzio nel referendum del 1974. Quella partecipazione gli procura un duraturo ostracismo all’interno dell’ufficialità cattolica veneziana.
Con Nico Romanelli Giovanni fonda a metà degli anni Settanta la Cooperativa editrice Arsenale, riuscendo a coinvolgere in seguito in tale iniziativa anche Wladimiro Dorigo. Per questa Editrice e poi per La Toletta Edizioni scrive in proprio o cura una decina di volumi sulla sua amatissima città. Tra gli ultimi titoli: Ascolta Venezia (2020), Venezia. Tra accoglienza e sopravvivenza (2022).
Ancora più impegnativa è stata la sua attività sulla frontiera degli immigrati e dei senzatetto, facendo per 19 anni il presidente della Casa dell’Ospitalità di Mestre, fino al 2016. Con loro e per loro si è persino fatto attore in tre film della regista Serena Nono: Via della Croce (2009), Venezia salva (2013), Sventura (2023). Anche nella recitazione ha mostrato d’avere piglio e cipiglio.
Di giornali Giovanni ne leggeva tanti, una vistosa mazzetta ogni mattina ma il suo quotidiano di riferimento era Il Manifesto al quale è sempre restato fedele nella buona e nella cattiva sorte. Ha partecipato con grande impegno al lancio e al sostegno della testata “Avvenimenti. Il settimanale dell’altritalia”, che è andato in edicola dal 1989 al 2000. Lungo quello stesso decennio è stato referente per il Veneto del movimento politico La Rete, fondato da Leoluca Orlando e Diego Novelli nel 1991 e che nel 1999 confluisce nel partito dei Democratici.  
Sul piano della politica locale Giovanni era stato dal 1980 al 1985 assessore al decentramento nella giunta comunale di Venezia presieduta dal sindaco socialista Mario Rigo, essendo stato eletto come indipendente nella lista del PCI. Successivamente ha svolto per più mandati il ruolo di consigliere di quartiere e per tre anni (2007-2010) è stato presidente dell’Accademia alle Belle Arti di Venezia.
Non inseguirò Giovanni in nessuna di queste imprese, volendo solo lumeggiare il credente che è stato e che resta, vivissimo nelle parole che ci ha lasciato. Parto da un testo postumo che ancora e sempre proietta le beatitudini sui drammi dell’umanità: Con instancabile pazienza Gesù continua ad “alzare gli occhi verso i suoi discepoli” (Luca 6,20), cioè verso noi tutti per ricordarci di guardare dalla prospettiva dei poveri e oppressi, di quelli che piangono, dei miti sopraffatti, dei costruttori di pace derisi: solo così i nostri occhi sapranno riconoscere il desiderio dell’umanità tutta di essere amata, il bisogno che hanno i piccoli della terra di braccia che li accolgano, l’urgenza di tutta la creazione di continuare a sperare contro ogni speranza attendendo che giustizia e pace si abbraccino e si bacino. Sì, ancora instancabilmente, fino al nostro ultimo giorno [Ancora instancabilmente – articolo uscito postumo sul sito di Esodo il 29 Maggio 2024].
Questa pagina postuma di Giovanni ci provoca con la sua proiezione “fino all’ultimo nostro giorno”. Ma nei suoi testi è abituale l’affermazione dello “scarto sul presente” a cui ci chiama la vocazione cristiana: è fondamentalmente errato non cogliere, non assumere su di sé e per sé, come compito specifico della nostra generazione, il non lasciarsi sopraffare dallo sbriciolarsi dei mondi e dei luoghi nei quali siamo stati cresciuti e formati, il continuare a indignarci per le barbarie dilaganti e vincenti, il far tesoro per il momento attuale e quello futuro dello scarto sul presente che il dono della fede ci dà quasi naturalmente, se siamo intesi a vivere cristianamente. È su questo piano che la tradizione spirituale cristiana non solo si lascia rifiorire, ma fa rifiorire, rinascere [Servitium 3/2019].
Lo “scarto sul presente” ovvero il principio di non appagamento: se sei cristiano non ti rassegnerai all’esistente. Interrogato in un’intervista a intonazione femminista sull’appartenenza alla Chiesa, ecco la sua forte risposta: Siccome in questa Chiesa cattolica sono stato battezzato, ogni giorno mi auguro di riuscire a rispondere pienamente e positivamente al dono della fede: spero di essere cattolico vivendo ogni giorno con gioia e leggerezza informato dalle tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Tutto ciò che mi dà la possibilità di essere sorpreso di questa realtà donataci da Gesù di Nazaret nella confessione della sua morte, resurrezione e nell’attesa del suo ritorno è essenziale: parola, preghiera e carità. Soffro e mi irrito quando colgo la dissipazione di questa ricchezza che avviene con un impegno degno di miglior causa da parte di ciascuno di noi [Intervista a cura di Catti Cifatte – Tempi di Fraternità del maggio 2006 per la rubrica “Tempi di sororità”].
Fede, speranza, carità: Giovanni riconosce ed enumera i pilastri della professione cristiana e sempre li raccorda agli impegni della vita associata. Ecco come collega preghiera e libertà: La libertà depurata dall’autoinganno, la libertà per il credente è sperimentabile in modo del tutto gratuito nella preghiera [Esodo 3/2005].
Ed ecco il raccordo tra fede e laicità: La fede cristiana è il fondamento più certo della laicità […]. Dalle commistioni più insidiose solo una fede spoglia ci dona la sufficiente distanza critica […]. Una fede determinata dall’unica signoria che siamo in grado di riconoscere: quella nel Crocifisso, per mezzo del quale siamo già liberati dalla schiavitù di troni e dominazioni [Esodo 2/2005].
Qui infine mette in relazione la corporeità con la risurrezione della carne: So che sarà corpo glorioso se è tempio dello Spirito. Per fede in Cristo morto, risorto e venturo, risorgerò: credo nella risurrezione del corpo [Esodo 3/1998].
Fin qui abbiamo a che fare con forti convincimenti espressi in contesti impegnativi ma niente di più: e invece in Giovanni c’è di più. Perché egli questi convincimenti li ha confermati nella prova, anzi nelle prove che ha dovuto affrontare in stringente sequenza: prima la morte precoce di due fratelli, poi il suicidio a vent’anni del più giovane dei due figli, infine le crescenti traversie di salute che l’hanno appostato negli ultimi anni e mesi.
Ecco alcune delle parole pagate con la vita sul figlio Marco che si è dato la morte: Questo evento non solo mi ha sorpreso e travolto, ma mi ha messo a nudo nella mia certezza, così certa da essere del tutto implicita. Grazie a Dio gli effetti distruttivi della morte non hanno provocato – come pure avviene – ulteriori dilacerazioni. In nome di Marco ci sentiamo più uniti, concordi: nel pianto, nel dolore certo, ma in qualche attenzione in più. A costo di presumere oso dire che siamo affinati in una capacità di affetto, tenerezza, amore più radicata e radicale, non solo per noi stessi. Poteva essere l’opposto nel nome di Marco? Sarei propenso a dire di no, anche perché il silenzio con cui ha definito la sua morte è ora attraversato da una comprensione di lui che lo rende vivo negli affetti e nelle attenzioni e che nella fede ce lo fa sperare nelle braccia misericordiose di Dio, per Gesù Cristo, morto, risorto e veniente per ciascuno di noi. Travolti e salvati, so che non è solo un ossimoro se il patire è ricompreso in quello di Gesù Cristo e nella sua promessa di resurrezione [Servitium gennaio-febbraio 1999].
La Scrittura e la Liturgia sono tra i grandi alleati che aiutano Giovanni a trovare serenità anche nei giorni più neri: Martedì 10 novembre [40 giorni dopo il suicidio di Marco, ndr] ho partecipato ai vespri che le carmelitane di Venezia cantano alle 18.30. Ci sono molto vicine in questa nostra sventura e quella era la prima volta che partecipavo alla loro liturgia delle ore […]. Ogni parola e gesto mi riportavano a Marco sino a quando, muovendo le labbra anch’io (senza articolare alcun suono, perché sono stonato) nel cantare-leggere-sentire il salmo 137 mi sono bloccato su: «Se cammino in mezzo alla sventura, tu mi ridoni la vita». Accogliendo questa promessa riuscirò a cantare anch’io senza disturbare chi è intonato. E sarà per sempre [Ivi].
L’intera vicenda della vita di Giovanni ce la possiamo figurare come una nuova parabola di Giobbe il giusto messo alla prova dal Satana in scommessa con Dio e colpito prima nel figlio e poi nella salute: “Stendi un poco la mano e colpiscilo nelle ossa e nella carne e vedrai come ti maledirà apertamente” (Giobbe 2, 5).
Come Giobbe, Giovanni non maledice il Signore che infine benedice la sua tribolazione con il dono di una sorprendente pace e persino felicità, che egli chiama “felice stato di coscienza”. Sperimenta dapprima questo dono riguardo alla vecchiaia, che saluta come l’avvio di una seconda giovinezza: Da quando l’invecchiare è entrato nel mio orizzonte di vita, sono entrato lentamente, ma decisamente, in una sorta di seconda giovinezza: avverto una leggerezza nello stare al mondo davvero invidiabile […] con una impensabile e imprevedibile riserva di futuro […]. Soprattutto se ti sciogli in un canto di riconoscenza a Dio che viene: il Veniente è promessa che illumina il tuo presente […]. Il futuro dell’invecchiare deriva dall’accettazione del dono della luce del Risorto che mai ci lascia [Servitium 3/2006]. 
Giovanni ci ha poi assicurati che in questa nuova giovinezza ha goduto di un tempo dilatato: Il pensiero della mia morte si è polarizzato in alcune date in cui questa sarebbe successa, sempre nella forma non dolorosa che spero di avere in sorte. Lo sentivo per i miei diciotto anni e poi per i miei quaranta. Non è successo, e anzi, ora che di anni ne ho settantasette, non ho più date in cui morire, anzi da alcuni anni, contro la maggior prossimità sancita dall’età, il tempo mi si è dilatato e ogni giorno vivo un tempo tendenzialmente senza limite, perché non cesso di pensare e operare per portare a compimento ogni intendimento e proposito, sia vecchio sia nuovo: il che è il contrario di quanto l’esperienza di ciò che sono riuscito a fare non cessa di ricordarmi. Certo mi resta una paura, per lo più di testa, di dover morire soffrendo e facendo penare chi vive con me, ma per il resto vivo un felice stato di coscienza sempre più grato per il tempo che mi è stato e mi è dato di vivere [Gino e Giovanni Benzoni, Epistolario 2001-2022 in quattro mail, La Toletta edizioni 2022, p. 33s].
Il nostro prezioso amico ci ha informati infine che è possibile vivere con felice gratitudine anche i giorni dell’indebolimento estremo: “Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. Questa anticipazione, che nel Vangelo di Giovanni Gesù fa a Pietro proprio quando Pietro fa una delle sue incrollabili professioni di fede, l’ho fatta mia da quando sono molto più fragile e incerto di un tempo: mi vedo e sono curvo e traballante, quasi a ogni passo mi dico: “cado o non cado?”, anche se mi è successo di recente e solo tre volte, e per ora sono stato un po’ sistemato e rassicurato. Ciò non toglie che oggi, ritornando come ogni domenica da San Giacomo dell’Orio, sempre timoroso di cadere per cui cammino rasente ai muri e uso ogni ringhiera, mi sono ritrovato a rivolgermi con insistenza al Signore, mentalmente ripetendo: “fammi arrivare a casa, non tirarmi bidoni”. Un po’ irrituale, ma di certo non lontano dal salmista. A casa sono arrivato, felice […] e ho ripetuto alla lettera un versetto del salmista, nel Salmo 4, intitolato non a caso Rendimento di grazie: «Hai messo più gioia nel mio cuore / di quando abbondano vino e frumento» [Ivi, p. 35].
Giovanni era animato da una straordinaria, indomabile capacità di interrogazione all’intorno. Il fratello Gino è agnostico e lui lo pungola, in privato e in pubblico, sulla fede e sulla laicità. E infine il fratello lo ringrazia per “l’appiglio salvifico della tua generosità”. Gli amici conosciuti negli anni della FUCI e negli impegni post-sessantottini si rassegnano al riflusso e lui chiama tutti, instancabile, alle iniziative che mette in cantiere l’una dopo l’altra. E anche questi amici alla fine gli sono grati.
Per tutti il suicidio di un figlio diventerebbe un tabù ma non per lui che propone il terribile argomento per convegni e quaderni monografici di riviste, lasciandosi guidare dall’idea che “il darsi la morte dell’uomo è dentro il mistero divino, non è cosa altra: a me pare che si sia più prossimi al vero, se si lasciano aperti gli interrogativi cui solo Dio sa dare risposta” (Esodo 4/2001). Sono testimone di una strabiliante proposta a me rivolta in privato, a proposito dell’indice del mio volume “Cerco fatti di Vangelo”: “Manca un capitolo sul suicidio cristiano”. Successivamente mi segnalò che in un quaderno di Servitium dedicato al “Custodire” (luglio agosto 2017) aveva potuto citare un testo di Enrico Peyretti che ne citava un altro di Giuseppe Capograssi ambedue intitolati “Suicidio e preghiera”.
“Uomo di comunità e di condivisione” l’ha chiamato il nipote Pietro nel ritratto che ne ha tracciato al termine della messa di addio. “Con le sue iniziative dava un messaggio di fiducia nella vita” ha scritto la nipote Elena. L’aiutavano a trovare ascolto l’umiltà e l’autoironia, che trasmetteva anche con l’abbigliamento: “il basco portato a mezzo tra l’operaio e l’artista”, come amava dire.
Cercava spunti conoscitivi ovunque: nella pubblicità e nelle serie televisive come nei comportamenti dei turisti che affollano Venezia. Tutto valorizzava e tutto ridimensionava, aiutato da una radicalità evangelica che riproponeva a ogni pagina dei suoi testi: “Il cristiano non ha maestri se non il Maestro” (Servitium 3/2000)
Non che Giovanni non avesse difetti e anche vistosi. In politica, nell’editoria, nella convegnistica è stato sempre un eclettico e spesso un adorabile don Chisciotte. Non era facile collaborare con lui. La sua critica al patriarca Moraglia mi è parsa eccessiva (vedi un intervento sulla rivista Il Tetto del luglio-ottobre 2015). Ma la sua generosità sociale e cristiana credo abbia convinto chiunque l’ha conosciuto. A me è stata di aiuto a credere. Di essa lo ringrazio.

                                                                                     Luigi Accattoli