Una pesca miracolosa

Una pesca miracolosa

Una pesca miracolosa

di Luca Bilardo*

“Penso che ogni giorno sia come una pesca miracolosa”. Iniziavo così il 25 aprile 2010 il mio saluto agli amici fucini al termine di due anni passati al servizio della Federazione come vice presidente nazionale. Una citazione poco raffinata (chissà cosa avrebbero detto miei predecessori!) ma che bene raffigurava quello che sentivo. Erano i giorni della fine di un’esperienza tanto impegnativa quanto entusiasmante che a distanza di 15 anni posso dire ha segnato la mia vita e resta come prezioso bagaglio che porto nel cuore e nella mente. Ho un profondo senso di gratitudine ripensando a quegli anni, accompagnato però anche da una grande responsabilità. “A chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Lc, 12, 48) diceva il Vangelo di qualche domenica fa.

Ho incontrato la FUCI nei primi anni di università. Dalla mia Domodossola mi ero trasferito a Pavia per studiare e cercavo un gruppo con cui condividere anche un cammino di fede. Certo, nel fine settimana tornavo a casa ai miei impegni in parrocchia, ma volevo sperimentare un percorso che potesse avere un respiro più ampio. Ed ecco che capitai agli incontri della FUCI, “piccolo gregge” di variegata umanità, provenienza, passioni e studi con in comune la voglia di coniugare fede e ragione, impegno ecclesiale e civile. “Credo ut intelligam, intelligo ut credam” diceva Sant’Anselmo. E questo doppio aspetto l’ho ritrovato in tutto il mio cammino, nella vita del gruppo di Pavia e della federazione in generale. Una palestra di vita e di pensiero è stata la FUCI, in cui ciascuno di noi poco più che ventenni era protagonista. I preti c’erano – ricordo in particolare come persone speciali don Giulio, padre Antonio e don Davide a Pavia, don Armando a Roma – ma erano assistenti, di nome e di fatto. Non si seguivano “pacchetti preconfezionati” calati dall’alto, ma con la passione per la ricerca si approfondiva, si studiava, si pregava e anche ci si divertiva (tanto) insieme. È stato questo quel tratto “in più” rispetto ad altre esperienze ecclesiali che mi ha fatto abbracciare con passione la FUCI. “Onora la tua intelligenza” era il titolo di un libretto di don Armando Matteo in voga nei miei anni in FUCI e rappresentava lo sforzo comune nella ricerca, da universitari e da cristiani.

In tutto questo uno snodo cruciale è stata la “chiamata” per sondare la mia disponibilità ad assumere un incarico nazionale. Ricordo il posto in cui ricevetti la telefonata (un corridoio della biblioteca della mia facoltà) e quel mix di gioia per una bella proposta ricevuta, di inadeguatezza per il compito che mi era stato proposto e un po’ di titubanza per quel salto che voleva dire lasciare una “confort zone”.

Il biennio dal 2008 al 2010 come vice presidente nazionale è stato un cammino ricco e intenso che guardando indietro – ora che ho 40 anni – posso dire ho affrontato solo con la leggerezza dei vent’anni. Come andare dal ministro dell’Istruzione a parlare di riforma dell’università o dialogare con cardinali, ministri, rettori e docenti. E magari, poco dopo, trovarsi a mangiare un trancio di pizza su un marciapiede di Roma durante un congresso, dormire (poco) in un’affollata stanza di un ostello o stare ore a discutere se bere la Coca Cola in Quaresima era “lecito”.

Ma quel biennio è stato molto di più. A partire dal legame con compagni di viaggio in presidenza (Emanuele, Silvia, Sara, Mariarosaria, Matteo, Andrea, Marco e Valentina) con i quali si condividevano l’impegno, la fatica ma anche la quotidianità nel mitico pensionato a Roma.  Anche se la vita ci ha poi portato lontani, resta una sintonia che si ritrova ogni volta che ci si rivede. Ricordo come speciali anche i tanti amici incontrati girando l’Italia e i vari gruppi. Tanti volti, tante storie, tanti luoghi e tanti aneddoti.

E poi c’è uno stile rimasto impresso: quell’impegno laicale all’interno della Chiesa e della società, pronti “sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15).

E poi la FUCI mi ha lasciato Camaldoli: un posto del cuore, un’oasi in cui disconnettersi dal mondo (una volta era letteralmente così visto che i telefoni non prendevano) e riconnettersi con se stessi e il Cielo. Anche qui un luogo di persone amiche, in primis il caro dom Matteo.

L’elenco di ricordi, volti e aneddoti sarebbe lungo. Ma a distanza di 15 anni userei ancora quelle parole di Renato Zero: “Penso che ogni giorno sia come una pesca miracolosa”

*Luca Bilardo, laureato in scienze politiche all’Università di Pavia, è stato vice presidente nazionale della FUCI dal 2008 al 2010. Sposato con Keti e papà di Lorenzo e Andrea. Giornalista dal 2010 al quotidiano La Stampa.