Vittorio Bachelet e la FUCI
di Giovanni Bachelet
Subito dopo il Concordato, ai tempi degli assalti fascisti alle sedi e del temporaneo scioglimento da parte del governo dell’Azione Cattolica Italiana (ACI) e della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI), mio padre Vittorio, nato nel 1926 e ultimo di molti fratelli, non andava ancora a scuola. Della FUCI romana, però, faceva già parte la sorella piú grande, Käte, nata nel 1911.1 I leader nazionali della FUCI di allora erano Igino Righetti e monsignor Montini, futuro Paolo VI, il quale anni dopo, mentre Vittorio era al liceo, avrebbe celebrato il matrimonio di Käte con un altro fervido “fucino”, Peppino Trunfio.
L’epopea della FUCI è entrata quindi nella vita di papà molto prima dell’iscrizione all’università: quando era piccolo, con i racconti di Käte; quando era a scuola, con quelli dei fratelli Giorgio e Francesca (fucini fra il 1935 e il 1941). Dopo il 1933 non c’era piú Montini, che, andando via, aveva piazzato due formidabili viceassistenti centrali: i genovesi don Franco Costa e don Emilio Guano. In forte sintonia con Montini sulla centralità della formazione intellettuale e spirituale, ultima trincea di resistenza al fascismo e premessa dell’avvenire d’Italia, avrebbero formato molte generazioni di fucini e fucine prima, durante e dopo la guerra.
Gli anni fucini di papà sono ancora successivi (1943-1947). E’ un tempo cruciale per la sua formazione, ma anche per l’Italia, l’Europa e il mondo intero: nell’estate in cui passa dal liceo all’università, il Re depone Mussolini,2 Roma viene dichiarata città aperta, viene firmato l’armistizio, il Re e Badoglio fuggono a Brindisi lasciando l’esercito italiano senza direttive e metà Italia occupata dai tedeschi: tragedia che due anni dopo mio padre, figlio di un ufficiale in pensione e fratello di Giorgio, ufficiale di complemento sul fronte russo, ricorderà in uno dei primi articoli su Ricerca (nuova serie di Azione Fucina), scritto a soli 19 anni.3
Anche la FUCI viene tagliata in due dall’occupazione. Nel biennio 1943-1945 molti fucini rimasti al Nord contribuiscono alla lotta partigiana; a Genova Paolo Emilio Taviani, presidente della FUCI cittadina nei primi anni Trenta, è ad esempio uno dei tre capi partigiani davanti ai quali, il 25 aprile 1945, si arrende un intero corpo d’armata tedesco prima dell’arrivo degli Alleati; il giorno precedente è monsignor Costa, vice-assistente nazionale della FUCI, a comunicare a nome di Taviani al direttore tecnico della TETI (Telefonica Tirrena) che il CLN aziendale ha sabotato le comunicazioni dei comandi militari tedeschi e allacciato quelle dei comandi insurrezionali.4
A Roma i piú cari amici di papà alla Sapienza e alla FUCI sono Leopoldo Elia e Alfredo Carlo Moro, fratello minore di Aldo, per un anno presidente della FUCI romana (in tandem con mia madre Maria Teresa de Januario per la parte femminile), e a ruota presidente nazionale (insieme alla mitica Piera Lado5). Leo, Carlo e Vittorio si laureeranno in Giurisprudenza nella stessa sessione, ai primi di novembre 1947. Con loro ci sono anche Piero Pratesi, Raniero La Valle e molti altri amici ed amiche che qualche anno dopo, il 27 giugno 1951, festeggeranno insieme a don Guano il matrimonio di mamma e papà.

Molti non hanno partecipato alla Resistenza per ragioni anagrafiche e geografiche: Roma è liberata dagli Alleati mentre incominciano l’università. Però con don Costa e gli amici resistenti al Nord (Giulio Tavallini a Genova, Franco Salvi a Brescia, Angelo Gaiotti a Padova…) rimangono collegati, e si ricongiungono dopo la Liberazione. Il 2 giugno 1946 papà non vota: non ha ancora 21 anni; mamma sí, ne ha 22. Per loro e per la loro generazione, i fucini eletti all’Assemblea Costituente (Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Giuseppe Spataro, Angela Gotelli, Maria De Unterrichter Jervolino) sono maestri e fratelli maggiori; nel caso di Carlo Moro, letteralmente: il fratello Aldo ha nove anni piú di lui ed è già docente universitario. La generazione fucina di papà e mamma, che si riverserà nei Laureati Cattolici (oggi MEIC), tifa per De Gasperi e, con qualche eccezione,6 partecipa alle campagne elettorali DC. Tuttavia, fedele alla scuola di Monsignor Montini e don Costa, difende l’autonomia della politica, rifiutando fin dall’inizio l’integralismo e l’interpretazione dell’impegno dei cattolici (o, peggio, della Chiesa) come “gigantesco fronte di combattimento” che divide il Paese in amici e nemici.7 In tal modo, insistendo sulla priorità della formazione spirituale e culturale, FUCI e Laureati Cattolici mantengono anche dopo la guerra uno stile originale, una fraterna autonomia in un’ACI che invece, in quegli stessi anni Cinquanta, tenta (per fortuna senza successo) di far sterzare a destra la DC di Alcide De Gasperi, con ciò provocando un’emorragia al vertice della Gioventú Italiana di Azione Cattolica (GIAC), che perde Carlo Carretto nel 1952 e l’intero gruppo dirigente (Mario V. Rossi, Arturo Paoli e molti altri) nel 1954;8 in quello stesso anno monsignor Montini, anche lui degasperiano e antifascista, è nominato arcivescovo di Milano e lascia cosí la Segreteria di Stato vaticana.9
Fra FUCI e Laureati Cattolici, ai margini della Chiesa e dell’ACI, la generazione dei genitori vive serenamente questi ultimi anni di Pio XII: hanno altro da fare, hanno figli piccoli e sono ai primi passi della professione, cruciale sfida per il cristiano secondo Sergio Paronetto.10 E poi non stanno con le mani in mano: i fucini che hanno scelto la politica e fatto carriera nella DC (rimasta autonoma dalla Chiesa per merito di De Gasperi) cercano di valorizzarli. Fra il 1950 e il 1959 papà sarà, per esempio, arruolato da Taviani, che nel 1951 è stato suo testimone di nozze, come redattore capo e poi vicedirettore della rivista Civitas.
Poi il vento cambia: nel 1959, mentre l’Italia è protagonista del boom economico e della costruzione europea, il nuovo papa Giovanni XXIII, immaginato da molti come “papa di transizione” perché piuttosto anziano, manda in pensione il presidente dell’ACI Luigi Gedda e lo sostituisce con Agostino Maltarello, nominando vicepresidenti mio padre Vittorio, che ha 33 anni, e Carmela Rossi. E’ solo l’inizio: nell’autunno 1962 indice il Concilio e nella primavera 1963, poco prima di morire (gli stessi mesi della Pacem in Terris), fa vescovo monsignor Franco Costa, prete-simbolo della FUCI (dal 1933 al 1955 vice-assistente, dal 1955 a 1963 assistente centrale). Paolo VI, appena eletto, completa l’operazione: nomina don Costa assistente centrale (dicembre 1963) e mio padre presidente generale dell’ACI (giugno 1964).
Solo anni dopo ho capito il senso di questo “innesto” delle truppe scelte fucine ai vertici dell’ACI: rinnovare l’associazione alla luce del Concilio (ancora in corso) e, con il suo aiuto, la Chiesa italiana tutta. In quel tempo felice fra elementari e superiori (1964-1971), in montagna con don Costa, don Sibilla e la famiglia Zunin (fucini genovesi dei tempi dei miei genitori), notavo soprattutto che don Costa, benché arcivescovo, era vestito con una semplice tonaca nera e scherzava con noi bambini come un vecchio zio prete; e soprattutto che senza spiegazioni, con una specie di braccio di ferro a sorpresa, impediva a chiunque di baciargli la mano. Fra gite, risate e messe nella chiesina di San Giocondo a Dolonne, ricordo anche grande entusiasmo per la (allora) nuova liturgia, pur nel rispetto affettuoso per le antiche forme di devozione. Favolosi anni Sessanta: per la Chiesa guidata da Paolo VI, che nel 1965 conclude il Concilio con la quarta, straordinaria costituzione Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo; per l’ACI guidata da papà, che approva nel 1969 il nuovo statuto; per l’Italia guidata da Aldo Moro e dalla nuova coalizione di centrosinistra: nuova scuola media per tutti, autostrade, donne in magistratura, regioni, statuto dei lavoratori; per il mondo, animato da nuova musica, nuovi costumi, “contestazione globale”. Nuove speranze di pace e giustizia erano incarnate in USA dai Kennedy e Martin L. King, o, in Cecoslovacchia, da Dubcek, per i quali faceva compattamente il tifo la nostra pattuglia di ex-fucini catapultati dallo Spirito Santo ai vertici della Chiesa e della politica italiana, in un tempo in cui “l’aratro della storia scavava a fondo”.11
Quando si parla di Vittorio Bachelet e FUCI, è impossibile dimenticare che la FUCI, gelosa della propria autonomia e rispettosamente sospettosa verso un Bachelet e un don Costa considerati troppo moderati e…democristiani, alla fine preferì non inserirsi organicamente nel percorso di rinnovamento conciliare e nel nuovo statuto del 1969, con notevole dispiacere dei due leader ex-fucini, coraggiosi protagonisti della “scelta religiosa” e della fine del collateralismo politico con la DC.12 Tanto piú che negli stessi anni, per motivi opposti (rifiuto della scelta religiosa, volontà di mantenere un’identità e una presenza anche politica nelle scuole e nelle università), don Giussani portava la sua Gioventú Studentesca milanese fuori dall’ACI e provava ad esportarla a Roma e in altre città. Forse l’esortazione di Mao “cento fiori sboccino, cento scuole di pensiero gareggino” conteneva qualcosa di vero: a distanza di oltre 50 anni sia la FUCI, sia gli eredi di don Giussani (Comunione e Liberazione e Sant’Egidio), sia l’ACI (incluso il MSAC, Movimento Studenti di Azione Cattolica) sono ancora vivi e vegeti, e fanno ciascuno, mi pare, qualcosa di buono.
I favolosi anni Sessanta hanno, tuttavia, un finale tragico. Nel 1968 Bobby Kennedy e Martin L. King vengono uccisi. Breznev invade la Cecoslovacchia, uccidendo nella culla il sogno di un “socialismo dal volto umano”. In Cina le Guardie Rosse, studenti e adolescenti incoraggiati dal celebre libretto rosso di Mao a ribellarsi contro ogni forma di autorità, sterminano un paio di milioni di concittadini e distruggono templi e biblioteche in nome della “rivoluzione culturale”, ispirando nell’Occidente movimenti extraparlamentari violenti che in Italia faranno da incubatrice al terrorismo rosso. La madre di tutti i terrorismi che hanno reso l’Italia un caso unico in Europa non è, però, la Cina: come mi spiegò mio padre quando avevo 15 anni, è la bomba di piazza Fontana del dicembre 1969. Dopo aver letto il libro “La strage di Stato” di Camilla Ravera, uscito l’anno dopo, mi disse: se quella bomba l’avesse davvero messa il governo italiano (non qualche funzionario, dirigente o perfino ministro infedele: il governo), avrebbero ragione i tuoi amici che vogliono fare la rivoluzione armata. Io, invece, credo ancora negli strumenti e nelle forze sane della democrazia.
Oggi di quello ed altri “misteri” italiani sappiamo molto.13 Sappiamo ad esempio che la bomba di piazza Fontana la misero i neofascisti, e il SID, servizio segreto militare dell’epoca, anziché fare il suo dovere, li protesse, occultando prove e inventando la falsa pista anarchica. Ma intanto, prima che se ne venisse a capo, quel vortice terroristico, fra bombe e attentati, ha mietuto centinaia di vittime: nel decennio successivo a piazza Fontana le sole Brigate Rosse hanno ucciso una cinquantina di persone, fra le quali Aldo Moro (1978) e, due anni dopo, mio padre Vittorio, da Moro candidato nel 1976 al Consiglio Superiore della Magistratura.14 Non sono morti, invece, gli ideali cristiani e democratici che fin dalla giovinezza hanno ispirato la loro vita e, anche grazie al loro impegno, ispirano ancora famiglie e parrocchie, università e tribunali, diritto ed economia, istituzioni italiane ed europee, Chiesa e mondo.
1 punta di diamante del circolo romano era in quegli anni Sergio Paronetto, coetaneo di mia zia Käte
2 pochi giorni prima della caduta del fascismo (fra il 18 e il 23 luglio 1943) un gruppo di intellettuali radunato proprio da Sergio Paronetto avrebbe elaborato il profetico Codice di Camaldoli: denso, originale, multidisciplinare contributo alla Costituzione e all’Italia del dopoguerra
3 V. Bachelet, Due viaggi dopo due guerre: settembre 1943-agosto 1945, in Ricerca, a. I, n.10, 15/9/1945, p. 3; poi in «Vittorio Bachelet. Scritti civili.», a cura di Matteo Truffelli, Editrice AVE, pp. 49-51 (2005).
4 L. Balestreri, I telefonici genovesi nella lotta di liberazione, in «Il movimento di liberazione in Italia» (rassegna bimestrale di studi e documenti) n. 63, aprile-giugno 1961, pp. 56-62.
5 oltre e dopo il suo impegno fucino fu insigne studiosa di Botanica e pioniera della partecipazione studentesca e del superamento del nozionismo nella didattica universitaria: vedi, ad esempio, Luigiaurelio Pomante, «Fiducia nell’uomo e nell’intelligenza umana». La Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI) dalle origini al ’68, Macerata, EUM (Edizioni Università di Macerata), 2015.
6 ad esempio mio zio Giorgio Bachelet, fratello maggiore di Vittorio e condirettore di Azione Fucina fra il 1937 e il 1939, durante l’occupazione di Roma aderisce, con la moglie Anna Maria Ferrero, al movimento dei Cattolici Comunisti di Franco Rodano (anche lui ex fucino) che dopo la guerra confluirà nel PCI
7 V. Bachelet, Amici di tutti, in Ricerca, a. III, n.15, 1/8/1947 (poco dopo la rottura del governo tripartito), p. 1; poi in «Vittorio Bachelet. Scritti civili.», a cura di Matteo Truffelli, Editrice AVE, pp. 124-126 (2005).
8 fra gli altri Furio Colombo, Umberto Eco, Toni Negri, Enzo Scotti, Gianni Vattimo; alcuni di essi si allontanarono non solo dalla GIAC, ma anche dalla Chiesa; v. Francesco Piva, La Gioventù cattolica in cammino. Memoria e storia del gruppo dirigente 1946-1954 (Franco Angeli, 2003); anche L. Savarino, F. Vercellone, La filosofia come ontologia dell’attualità. Intervista biografico-teorica a Gianni Vattimo, in «Iride. Filosofia e discussione pubblica.», a. XIX, n. 49, settembre-dicembre 2006, p. 468.
9 queste due crisi, verificatesi nel giro di appena due anni, anticiparono alcuni dei temi che dieci anni dopo sarebbero diventati centrali nel Concilio Vaticano II e nella riforma dell’Azione Cattolica: autonomia del laicato, pluralismo politico e distinzione chiara fra impegno religioso e appartenenza partitica
10 Sergio Paronetto, Professione e rivoluzione, Studium 1-2 (1944)
11 Vittorio Bachelet. Scritti civili., a cura di Matteo Truffelli, Editrice AVE, p. 1089 (2005)
12 Questo doloroso “niet” avvenne nella piú completa amicizia e fraternità: i vertici FUCI rimasero, allora e in seguito, in frequente ed affettuoso contatto con papà. Ricordo bene, ad esempio, Marco Ivaldo e Maria Irace, nei primi anni Settanta, a cena a casa nostra; e qualche anno dopo papà padrino di un figlio di Angelo Bertani e Serena Marini. Per papà quel “niet” non era difficile da interpretare: si trattava dopotutto della stessa “attrazione fatale” che suo fratello Giorgio e sua cognata Anna Maria avevano per Franco Rodano. Era in fondo già molto che la FUCI non avesse, in quegli anni, fatto la “scelta di classe” delle ACLI guidate da un altro carissimo amico, Livio Labor. Il quale, come Rodano, al collateralismo con la DC voleva sostituire non la “scelta religiosa”, bensí un nuovo collateralismo con i partiti della sinistra.
13 vedi, ad esempio, Benedetta Tobagi, Le stragi sono tutte un mistero, Laterza, Roma-Bari 2024.
14 fu Franco Salvi, ex-fucino di età intermedia fra Moro e papà, ex partigiano e molto amico di tutti e due, a proporre a papà questa candidatura da parte di Moro
