Le attività della F.U.C.I.
Le attività della F.U.C.I., Federazione Universitaria Cattolica Italiana, Anno Accademico 1944-1945, Roma 1945.
L’inverno del 1944-1945, l’ultimo inverno di guerra, è un tempo particolarmente difficile per l’Italia. Diviso in due dalla “Linea Gotica”, il paese conosce una dicotomia che è anche culturale e politica, oltre che militare, segnata da una guerra di Liberazione che, stando all’ormai canonica definizione di Claudio Pavone, ha i tratti di una “guerra civile” fra formazioni partigiane e repubblichini fascisti e che incide in profondità soprattutto nel centro-nord del paese. A Roma, dopo il giugno del 1944, si viene faticosamente ricostituendo un’ossatura di statualità attorno a governi che hanno la base politica del Comitato di Liberazione Nazionale e che, accanto alla questione della gestione del conflitto, hanno di fronte il nodo del futuro assetto politico italiano. All’interno di questo scenario le attività della F.U.C.I. conoscono un salto di qualità in termini di contenuti e progettualità culturale. Nella primavera del 1945 si arriva, solo per dare un esempio, alla pubblicazione completa del Codice di Camaldoli, elaborato fra l’estate e il settembre 1943. E tuttavia quell’iniziativa non è un fatto isolato ma si inserisce dentro una ripresa delle attività della Federazione che spostano decisamente l’attenzione sui nodi profondi che emergono rispetto al problema di come pensare l’Italia di domani, l’Italia della pace raggiunta.
Di quegli sforzi è testimonianza il piccolo opuscolo che viene stampato nell’aprile 1945 e introdotto da Ivo Murgia, che dal 1944 guida gli universitari cattolici e che reggerà la presidenza fino al 1947. Il volume si configura come un resoconto delle questioni affrontate dalla F.U.C.I. nei mesi a cavallo dell’ultimo Natale di guerra e anche del radiomessaggio di Pio XII che segna, anche sul piano del magistero della Chiesa, l’apertura all’opzione democratica per i futuri assetti politici. Quel discorso, che nella sua articolazione poneva il problema di pensare una democrazia che fosse compatibile con la Chiesa cattolica e le sue istanze, si ritrova come una sorta di sottofondo dei diversi contributi raccolti nelle pagine del volume. Questo, del resto, si apre con due contributi che iniziano a ragionare sui fondamenti sociali e costituzionali di una democrazia di cui i cattolici possano farsi pienamente e responsabilmente carico. Angelo Brucculeri, fra i principali redattori de La Civiltà cattolica, fissa i contorni di una prima ampia riflessione sulla concezione cristiana del lavoro che non si limitava a rimandare alla tradizione originata con Rerum novarum. In quella breve sintesi, il lavoro emerge infatti come fatto sociale e politico, intrecciato a questioni come quella del ruolo della donna e articolato al proprio interno in una pluralità di forme. E accanto a questo, il saggio di Giuseppe Capograssi delinea, in poche dense pagine, il nodo politico e costituzionale dei rapporti fra Chiesa e Stato. Il quale viene però colto non tanto in un’ottica solo giuridica o squisitamente teologica. Si guarda invece alla sua storicizzazione, al modo in cui, in fasi e contesti diversi, si sono determinati equilibri percorribili, all’insegna di una chiara distinzione di ambiti e dunque di una consapevolezza dei limiti propri di ambedue le istituzioni.
Emerge in tal modo un’attenzione specifica ai nodi connessi ai fondamenti del vivere civile nel paese, nel tentativo di articolare una risposta culturale che, preso atto di una crisi irreversibile intrecciata al fallimento del regime fascista e alla devastazione della guerra, intende rispondere all’esigenza di pensare un’Italia capace di essere degnamente collocata nel contesto storico che si annuncia e nella quale i cattolici sono chiamati ad un ruolo diretto nella direzione politica. Si è cioè di fronte ad una riflessione che, certo, guarda ai concetti generali e alle grandi questioni di fondo, ma lo fa prima di tutto in una chiava di consapevolezza storica e soprattutto guardando alla dimensione contingente dei diversi piani in cui si articola la realtà del paese. Quest’ultima chiama in causa un elemento che è parte integrante della specificità della formazione fucina per come era stata ripensata e organizzata sulla spinta di Montini a partire dalla fine degli anni Venti. L’attenzione è al contributo che i diversi saperi universitari sono in grado di dare per elaborare una lettura della realtà capace di rispettarne la diversità di ambiti. Ecco allora che, nel dare conto delle diverse attività della F.U.C.I., si lascia spazio alle scienze sociali e all’economia, alla medicina e al diritto, all’ingegneria e alle scienze, fino ad arrivare all’arte e al resoconto delle iniziative associative tenutesi fra il 1944 e il 1945.
Alla radice di questo approccio emerge con chiarezza una riflessione di carattere, per così dire antropologico che fa da base teorica ai contenuti del libretto che sono poi quelli delle attività a cui gli universitari cattolici si dedicano in mesi che vengono vissuti come un vero e proprio tempo di preparazione. Il contributo del gesuita Paolo Dezza, vicino a Montini e rettore dell’Università Gregoriana, insiste sulla necessità di spendere la visione cristiana del rapporto fra uomo e società come linea argomentativa capace di offrire una sintesi equilibrata. In essa, per il gesuita, si esplicita una piena composizione fra la subordinazione dello Stato all’uomo e la lealtà e cooperazione che il singolo individuo deve esercitare verso il corpo sociale. «L’uomo per la sua natura ha valori e diritti originari (come pure la famiglia) anteriori alla società civile e che la società deve quindi rispettare e non gli può togliere; alla società l’uomo viene perché essa è un mezzo necessario per il raggiungimento della sua perfezione. Donde ne segue che la società è totalmente per l’uomo, destinata unicamente al benessere degli uomini che la compongono, mentre l’uomo è solo parzialmente per la società e quindi ad essa subordinato solo in quanto ne è parte» (pp. 39-40). Sono parole che esplicitano contenuti radicati in un magistero che, da Leone XIII, arriva al radiomessaggio del Natale 1944 di Pio XII. E tuttavia in esse si coglie la cornice filosofico-politica nella quale si apre lo spazio per il concetto di persona, fissato nei testi di Maritain e Mounier frequentati dai fucini, che poi assume un ruolo politico e giuridico nel connotare il contributo dei cattolici alla costruzione democratica dell’Italia nei mesi e negli anni successivi alla fine della guerra.
Il piccolo “annuario” della F.U.C.I. testimonia dunque della capacità della Federazione di articolare una riflessione culturale pienamente radicata dentro il presente storico e consapevole delle sfide che esso palesa nell’immediato futuro. Basti ricordare, stando ad una semplice constatazione cronologica, che nell’autunno successivo alla pubblicazione de Le attvità della F.U.C.I., si terrà a Firenze la Settimana sociale dedicata a Costituente e costituzione, nel qual non pochi dei nodi toccati nelle 129 pagine del volume degli universitari cattolici, saranno discussi. La guerra che, pur con la durezza degli ultimi mesi di combattimenti, volge al termine apriva infatti la sfida di una pace che andava definiti non solo optando per la democrazia ma dando a quest’ultima specifici connotati, capaci di tradurre nella realtà e nelle sue tante dimensioni quella centralità della persona che emergeva come prima preoccupazione delle elaborazioni filosofiche e teologiche che si erano affermate nella sensibilità dei fucini. La ricchezza della vita associativa, tanto nella sua dimensione squisitamente religiosa, quanto nell’impegno per le attività culturali e nel dispiegarsi dei momenti federali, trovava così una sorta di nuovo baricentro di impegno pastorale e intellettuale in un paese rispetto alla cui sorte si maturava un profondo senso di responsabilità.
A cura di Riccardo Saccenti
